Donne e nonviolenza a Vicenza

1. L’esperienza delle Donne in Rete per la Pace

2. Un filo di donne per la nostra città

3. Spunti di riflessione: le donne, la nonviolenza, il movimento

__________________________________________________________

1. L’esperienza delle Donne in Rete per la Pace

A partire dallo scorso ottobre, donne prevenienti da diverse appartenenze si incontrano circa una volta al mese per creare una rete al femminile che coniughi un’attenzione di genere ad un lavoro per la pace e contro la militarizzazione del territorio.

Si tratta di donne provenienti da diverse parti del movimento contro il progetto della nuova base statunitense Dal Molin: gruppo donne presidio, coordinamento comitati, comitato Vicenza Est, MIR (Movimento internazionale della riconciliazione), Rete Lilliput, CGIL, oltre a diverse donne non appartenenti in maniera specifica ad altri gruppi di lavoro.

Il gruppo “DONNE IN RETE PER LA PACE” è nato con l’obiettivo di superare le diverse appartenenze e, in uno spirito collaborativo, di costruire iniziative di donne che riescano a coinvolgere in modo significativo la città di Vicenza.

Questo laboratorio di convivenza delle differenti anime del movimento, in questi mesi ha lavorato alla preparazione della giornata dell’otto marzo, per organizzare alla fine un’iniziativa sui temi legati alla militarizzazione della città ed alla condizione delle donne in questo momento storico nel nostro territorio.

dd

PAROLE GENERATRICI: i fondamenti delle donne in rete
Noi Donne in rete per la pace di Vicenza, che ci ritroviamo da provenienze diverse per un percorso comune, ci riconosciamo in queste parole che  richiamano il patrimonio che condividiamo e che vogliamo siano a fondamento delle nostre azioni:

SCELTA DELLA NONVIOLENZA

Questa parola contiene l’uscire dalla logica amico/nemico, vinco/perdo, come anche la volontà di riconoscere e trasformare i conflitti in modo nonviolento. Vogliamo sviluppare la nostra forza interiore ed emotiva.
Lavorare in questo modo comporta uno stile comunicativo inclusivo, sia interno che verso l’esterno, (abbandonando il pensiero binario o/o per adottare e/e) e la volontà di comunicare e agire in modo nonviolento; comporta anche un metodo decisionale condiviso che tende alla ricerca del consenso.

LAVORARE PER IL BENE COMUNE

Vogliamo lavorare non per il prevalere di una parte ma alla ricerca di ciò che può migliorare la convivenza comune nelle differenze. Per questo lavoriamo a difendere il nostro territorio rispettando l’ambiente, per questo vogliamo partecipare alla vita sociale e politica della nostra comunità esercitando la cittadinanza attiva.

LAVORARE PER LA PACE

Ci ritroviamo per lavorare insieme in opposizione alla guerra e alla proliferazione degli armamenti e contro la militarizzazione del nostro territorio.
Condividiamo l’opposizione alle basi americane a Vicenza, in particolare alla base Dal Molin.

SGUARDO DI GENERE

Ci costituiamo come gruppo di donne che vogliono esserci interamente, come soggetti autonomi, della partecipazione e del progetto di città che desideriamo. Siamo cosapevoli di voler partire da noi stesse e di voler tenere unita nell’azione l’interezza di ciò che siamo.

VALORIZZAZIONE DELLE DIFFERENZE

Provenendo da appartenenze, percorsi e storie diverse sentiamo che queste sono per noi un arricchimento e vogliamo lavorare con un atteggiamento di  rispetto reciproco.
Pensiamo di poter collaborare anche senza essere d’accordo su tutto, ma trovando di volta in volta ciò che ci unisce.
Questo significa una volontà di dialogo oltre le possibili divisioni e si concretizza nell’ascolto non pregiudiziale, nella valorizzazione delle persone al di là di ciò che possono rappresentare, nella sincerità quando comunichiamo e in una fiducia reciproca vigile. Pensiamo che curarci delle relazioni sia una modalità politica di lavorare.
Crediamo che per costruire insieme sia necessaria lentezza, pazienza e profondità.

VOLONTA’ DI COSTRUIRE

Per agire efficacemente riteniamo fondamentale mettere in comune la voglia di essere costruttive e questo significa agire a favore e non contro, collaborare ed essere solidali tra noi e con tutte quelle forze che come noi agiscono per il bene comune.

dd

Otto marzo 2008: un filo di donne attraversa Vicenza

Donne in rete1E’ arrivata finalmente la mattina dell’otto marzo: è da due mesi che lavoriamo divise in gruppi, chi sull’aspetto organizzativo, chi su quello creativo, chi sulla comunicazione… ma nelle ultime due settimane tutto sembra essersi accelerato. Ci sono state difficoltà impreviste (la campagna elettorale, che sembra aver reso off limits tutte le piazze che avevamo scelto), ingenuità organizzative (l’impianto di amplificazione, risolto solo in extremis), delusioni dell’ultim’ora (la banda che doveva accompagnarci per creare un clima festoso, e che ci ha dato buca). Ci sono stati momenti di tensione, mediazioni affrettate nelle decisioni perché non c’era più tempo. Nella maggior parte di noi, però, si avverte il grande desiderio che tutto vada bene, che sia un momento di dialogo con la città e con le parti “avverse”, un momento in cui si possa comunicare “la città del sì” che desideriamo, i valori che crediamo importanti per il bene comune.

Il sabato precedente con Vania facciamo il giro della consegna delle lettere di invito rivolte alle donne delle forze dell’ordine e alle militari e alle civili della caserma Ederle. Vogliamo che l’otto marzo sia un momento di dialogo anche con loro. Le reazioni ci dicono che è una cosa insolita, inattesa. Alle donne americane siamo costrette a spedire la lettera perchè non c’è modo di consegnarla direttamente. Capiamo che le civili della base militare temono di essere strumentalizzate se aderiscono all’invito… la sfiducia  rende sospetto qualsiasi  movimento dell’altro/a che sia inaspettato.

Dopo tante riunioni e prove, dopo tanto affannarsi ad uffici per i permessi, consultando i siti delle previsioni del tempo (se piove la faccenda si complica) l’otto marzo si annuncia con una mattina nuvolosa, il cielo si apre solo verso mezzogiorno per incoraggiarci. L’appuntamento è per le 15.30; a quell’ora, nella piazzetta vicino al parco, cominciano ad affollarsi le donne. Io e Mariangela abbiamo assunto il compito di guidare le due catene umane che, da programma, si intrecceranno percorrendo il centro per lasciarsi e ritrovarsi più volte. Solo adesso che le donne cominciano ad affluire ci rendiamo conto che la cosa è un po’ più complessa di quello che ci era parso. Le donne si salutano, si fermano a parlare, molte sono del movimento, molte vengono di rado alle manifestazioni e sono attratte dal fatto che da tanto, troppo tempo a Vicenza non si viveva l’otto marzo come un evento collettivo significativo. Le giovanissime in verità scarseggiano, più numerose le donne adulte, si coglie la sensazione che per molte sia un ritrovarsi dopo un tempo lunghissimo e sospeso.

Arrivano le 16 e dovremmo partire, ma le due file tardano a formarsi: sono già arrivate in bicicletta le donne che sono entrate al Dal molin per piantare un nuovo albero in memoria di una donna appartenente al movimento morta in un incidente stradale da poco, ma non si parte ancora perché manca una delle due statue della libertà che dovrebbero precedere nella marcia  ciascun filo di donne. Sapremo poi che la statua che partiva dalla Caserma Ederle (seduta su un carretto tirato da una bici, una statua della libertà con libro e fiaccola ma con i piedi incatenati) è stata fermata dalle forze dell’ordine tre volte. Io e Mariangela ci consultiamo, partire senza statua toglie teatralità all’azione, ma la piazza comincia a diventare caotica e c’è il rischio che qualcuna cominci a disorientarsi. Decidiamo di partire, e le donne cominciano prendersi per mano. Se qualcuna vorrà ripetere l’esperienza, sappia che è più semplice a dirsi che a farsi (sembra strano, eh?). La carenza dei megafoni ci costringe a sgolarci, ma piano piano, sembra un miracolo, il filo di donne prende forma, e ci avviamo verso il centro. La mancanza della banda ci costringe a cantare per farci sentire anche da chi è distante.

Scopro con un certo stupore che abbiamo la scorta delle forze dell’ordine. Mi chiedono “ma sa dove andare?” . “Ma certo!” “Allora noi seguiamo” . In realtà precedono, e ogni tanto si voltano per vedere se ci siamo. E’ piuttosto paradossale. Fortunatamente delle urla di giubilo annunciano l’arrivo della nostra statua della libertà, che si pone in testa alla catena, tutta bianca e con la fiaccola ben alta. Procediamo verso la prima tappa.

Qui a Vicenza noi lottiamo
perché basi non ne vogliamo
per un mondo senza guerra
obiettivo per cui ci battiam

Mentre arriviamo  in piazza del Vescovado vediamo le donne dell’altra catena affacciarsi alla piazza e fermarsi. Il tempo di raggiungerle e scopriamo che la tappa che abbiamo preparato (sul tema della difesa della terra e dell’acqua) è in discussione. Un funzionario della questura (diverso da quello con cui avevamo interloquito) non è d’accordo sul posto che abbiamo scelto e discute animatamente con chi sta cercando di spiegargli che la tappa dura 10 minuti e che ci hanno detto che per così poco non serviva il permesso di occupazione dello spazio pubblico. Ci tiene sulla strada fino a quando si arriva ad una mediazione, e la tappa, fatta di letture, danze, suoni d’acqua prodotti con strumenti creati da un gruppo di donne, può finalmente avere luogo, ed emozionare chi riesce a vedere ed ascoltare bene ciò che viene proposto (cosa non facile, dato che metà delle donne è stipata sulla strada). Sul perché di tanta tensione ci saranno poi molte ipotesi… un dato di fatto è che siamo davanti alla Sede vescovile, e che anche se abbiamo scelto volutamente contenuti di dialogo e non di scontro per aprire una canale di comunicazione, alla manifestazione sono venute anche molte donne che la vivono come un momento per esprimere tutta la loro rabbia per gli attacchi a cui il corpo e l’autodeterminazione delle donne sono sottoposti in questo momento storico in Italia. Per questo agli occhi di chi ci osserva da fuori, la manifestazione deve essere apparsa un po’ schizofrenica, da un lato le danze e le poesie sulla terra e dall’altro agguerriti slogan di difesa della 194. Ci sentivamo assai pacifiche e dialoganti, ma forse non a tutti apparivamo tali….

Quei signori del Palazzo
pensan di essere loro i padroni
all’America han venduto
il futuro di questa città.

Si riparte, ancora con qualche incertezza: mentre il mio pezzetto di catena si incammina in direzione opposta a quello di Mariangela, vengo fermata da grida disperate. Mi giro: laggiù in fondo, alcune donne gridano : “la catena va di là” e si sbracciano indicandomi in lontananza la fila di Mariangela che si avvia. Come capo-catena è un momento difficile, ma mi riprendo subito dallo sconforto. Metto le mani a coppa ( mai più senza megafono) e grido “le catene sono due, noi si va di qua!”. Le mie compagne di cordata ridacchiano, per fortuna i poliziotti “scorta” no, non hanno ben capito cosa succede. Ci incamminiamo rapide per tenere il contatto con la nostra statua della libertà, che , favorita da una certa pendenza della strada, fila veloce. Intorno a noi, ci sono le volantinatrici, diffondono il documento con cui spieghiamo che città desideriamo, per che stile di vita siamo disposte a impegnarci.

“…vogliamo che Vicenza, città d’arte, sia bella non solo per i monumenti del passato, ma anche per uno sviluppo urbanistico armonioso, che favorisca la socializzazione e che in particolare offra spazi in cui i giovani possano esprimersi ed educarsi a diventare cittadini attenti al bene comune…”

Non tutti accettano il volantino, alcuni commentano con tono di disapprovazione la manifestazione, ma ci sono anche molti e molte che danno segnali favorevoli. Sono soprattutto le tappe tematiche che attirano l’attenzione. Quella davanti all’associazione industriali è dedicata al tema del lavoro. Anche qui, come succederà in tutte le soste, dobbiamo concordare il punto preciso con dei funzionari della questura per permettere il passaggio degli autobus.

A noi donne da lavoro con mani sfruttate
devon restituire un corpo sano, la mente per pensare
ci diano gli anni persi, l’amore per la vita
il tempo per gli affetti
la libertà di scelta, il sonno e l’intimità.

Donne in rete2Alle canzoni delle donne si alternano testimonianze di precariato, di lavoro nero, di lavoro sottopagato… siamo in ritardo sulla tabella di marcia, le campane delle sei si sovrappongono alle canzoni, il corso è pieno di persone che passeggiano e sbirciano le vetrine, noi ci riavviamo, due file in direzioni opposte, gli slogan che cominciano a intervallarsi alle canzoni. La prossima tappa parlerà della violenza sulle donne, un’ azione teatrale che racconta una sorta di iniziazione all’essere donna come vuole la cultura degli stereotipi, e la rivendicazione della libertà dalla paura, dall’avere paura e dal far paura. Chi esercita violenza, in realtà ha paura. E fa paura per esorcizzare la propria. Scrosciano gli applausi, si fa buio. Decidiamo in velocità un piccolo cambio di percorso: invece di dividersi, le due file procederanno fianco a fianco lungo il corso principale della città. Adesso sono due le statue della libertà che ci precedono, l’esserci riunite fa sentire un’energia ancora più potente. Percorriamo l’arteria principale di Vicenza, passiamo sotto il Municipio.

…vogliamo luoghi istituzionali in cui sentire ascoltato
e discusso ciò che chiediamo
per il bene comune, per costruire una città partecipata,
aperta alle donne e agli uomini che la vivono; una città di pace,
che converta le sue caserme in centri di sviluppo e di cultura di vita, che imposti il suo presente e il suo futuro su un’economia sostenibile, che partecipi alla soluzione dei conflitti con proposte politiche e nonviolente…

I canti cedono sempre più il passo agli slogan, nonostante molte non abbiano quasi più voce, l’unione delle due catene rende più potente il messaggio, la gente è ferma sui marciapiedi e ci sono donne che si uniscono a noi. Si crea una sorta di euforia, molte ricordano lontane manifestazioni femministe, gli slogan via via passano da quelli più interlocutori a quelli più provocatori.

“Palladio, Palladio, guarda qua
Che scempio han fatto della tua città”

Solo il giorno dopo molte di noi ripenseranno al fatto che l’obiettivo di dialogare con una città moderata come Vicenza non è stato ben servito da alcuni dei nostri slogan (“ Le donne di Vicenza sono infuriate – Tremate, tremate, le streghe son tornate”)..ma in quel momento prevale una corrente di energia che ci fa sentire tante, unite e determinate. Ci Donne in rete3stiamo avviando alla conclusione, è molto tardi rispetto ai tempi che avevamo previsto. Torniamo nella piazza da cui siamo partite, dove ci aspetta un aperitivo analcolico equo solidale, le danze popolari, lo scenografico rompersi delle catene delle due statue della libertà, finalmente libere dall’ipocrisia e dalle menzogne dei potenti che le tiene asservite. Molte donne prima di allontanarsi vengono a ringraziare per l’opportunità che è stata offerta loro di dare voce e significato a un giorno ormai così banalizzato. Se ne vanno cariche di energia e con il senso di avere condiviso, tra donne, la riaffermazione della necessità di attivarsi insieme per “uscire dal silenzio” … A lenire la delusione di quelle tra noi speravano nella presenza delle donne appartenenti alle forze dell’ordine e delle donne, civili e militari, impiegate alla Caserma Ederle, la voce di una giovane donna chiede “ma per il primo maggio facciamo qualcosa?”.

Cristina Banzato – aprile 2008
donneinreteperlapace@libero.it
www.altravicenza.it

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L’esperienza delle Donne in Rete per la Pace

A partire dallo scorso ottobre, donne prevenienti da diverse appartenenze si incontrano circa una volta al mese per creare una rete al femminile che coniughi un’attenzione di genere ad un lavoro per la pace e contro la militarizzazione del territorio.

Si tratta di donne provenienti da diverse parti del movimento contro il progetto della nuova base statunitense Dal Molin: gruppo donne presidio, coordinamento comitati, comitato Vicenza Est, MIR (Movimento internazionale della riconciliazione), Rete Lilliput, CGIL, oltre a diverse donne non appartenenti in maniera specifica ad altri gruppi di lavoro.

Il gruppo “DONNE IN RETE PER LA PACE” è nato con l’obiettivo di superare le diverse appartenenze e, in uno spirito collaborativo, di costruire iniziative di donne che riescano a coinvolgere in modo significativo la città di Vicenza.

Questo laboratorio di convivenza delle differenti anime del movimento, in questi mesi ha lavorato alla preparazione della giornata dell’otto marzo, per organizzare alla fine un’iniziativa sui temi legati alla militarizzazione della città ed alla condizione delle donne in questo momento storico nel nostro territorio.

PAROLE GENERATRICI: i fondamenti delle donne in rete

Noi Donne in rete per la pace di Vicenza, che ci ritroviamo da provenienze diverse per un percorso comune, ci riconosciamo in queste parole che richiamano il patrimonio che condividiamo e che vogliamo siano a fondamento delle nostre azioni:

SCELTA DELLA NONVIOLENZA

Questa parola contiene l’uscire dalla logica amico/nemico, vinco/perdo, come anche la volontà di riconoscere e trasformare i conflitti in modo nonviolento. Vogliamo sviluppare la nostra forza interiore ed emotiva.

Lavorare in questo modo comporta uno stile comunicativo inclusivo, sia interno che verso l’esterno, (abbandonando il pensiero binario o/o per adottare e/e) e la volontà di comunicare e agire in modo nonviolento; comporta anche un metodo decisionale condiviso che tende alla ricerca del consenso.

LAVORARE PER IL BENE COMUNE

Vogliamo lavorare non per il prevalere di una parte ma alla ricerca di ciò che può migliorare la convivenza comune nelle differenze. Per questo lavoriamo a difendere il nostro territorio rispettando l’ambiente, per questo vogliamo partecipare alla vita sociale e politica della nostra comunità esercitando la cittadinanza attiva.

LAVORARE PER LA PACE

Ci ritroviamo per lavorare insieme in opposizione alla guerra e alla proliferazione degli armamenti e contro la militarizzazione del nostro territorio.

Condividiamo l’opposizione alle basi americane a Vicenza, in particolare alla base Dal Molin.

SGUARDO DI GENERE

Ci costituiamo come gruppo di donne che vogliono esserci interamente, come soggetti autonomi, della partecipazione e del progetto di città che desideriamo. Siamo cosapevoli di voler partire da noi stesse e di voler tenere unita nell’azione l’interezza di ciò che siamo.

VALORIZZAZIONE DELLE DIFFERENZE

Provenendo da appartenenze, percorsi e storie diverse sentiamo che queste sono per noi un arricchimento e vogliamo lavorare con un atteggiamento di rispetto reciproco.

Pensiamo di poter collaborare anche senza essere d’accordo su tutto, ma trovando di volta in volta ciò che ci unisce.

Questo significa una volontà di dialogo oltre le possibili divisioni e si concretizza nell’ascolto non pregiudiziale, nella valorizzazione delle persone al di là di ciò che possono rappresentare, nella sincerità quando comunichiamo e in una fiducia reciproca vigile. Pensiamo che curarci delle relazioni sia una modalità politica di lavorare.

Crediamo che per costruire insieme sia necessaria lentezza, pazienza e profondità.

VOLONTA’ DI COSTRUIRE

Per agire efficacemente riteniamo fondamentale mettere in comune la voglia di essere costruttive e questo significa agire a favore e non contro, collaborare ed essere solidali tra noi e con tutte quelle forze che come noi agiscono per il bene comune.

Otto marzo 2008: un filo di donne attraversa Vicenza

E’ arrivata finalmente la mattina dell’otto marzo: è da due mesi che lavoriamo divise in gruppi, chi sull’aspetto organizzativo, chi su quello creativo, chi sulla comunicazione… ma nelle ultime due settimane tutto sembra essersi accelerato. Ci sono state difficoltà impreviste (la campagna elettorale, che sembra aver reso off limits tutte le piazze che avevamo scelto), ingenuità organizzative (l’impianto di amplificazione, risolto solo in extremis), delusioni dell’ultim’ora (la banda che doveva accompagnarci per creare un clima festoso, e che ci ha dato buca). Ci sono stati momenti di tensione, mediazioni affrettate nelle decisioni perché non c’era più tempo. Nella maggior parte di noi, però, si avverte il grande desiderio che tutto vada bene, che sia un momento di dialogo con la città e con le parti “avverse”, un momento in cui si possa comunicare “la città del sì” che desideriamo, i valori che crediamo importanti per il bene comune.

Il sabato precedente con Vania facciamo il giro della consegna delle lettere di invito rivolte alle donne delle forze dell’ordine e alle militari e alle civili della caserma Ederle. Vogliamo che l’otto marzo sia un momento di dialogo anche con loro. Le reazioni ci dicono che è una cosa insolita, inattesa. Alle donne americane siamo costrette a spedire la lettera perchè non c’è modo di consegnarla direttamente. Capiamo che le civili della base militare temono di essere strumentalizzate se aderiscono all’invito… la sfiducia rende sospetto qualsiasi movimento dell’altro/a che sia inaspettato.

Dopo tante riunioni e prove, dopo tanto affannarsi ad uffici per i permessi, consultando i siti delle previsioni del tempo (se piove la faccenda si complica) l’otto marzo si annuncia con una mattina nuvolosa, il cielo si apre solo verso mezzogiorno per incoraggiarci. L’appuntamento è per le 15.30; a quell’ora, nella piazzetta vicino al parco, cominciano ad affollarsi le donne. Io e Mariangela abbiamo assunto il compito di guidare le due catene umane che, da programma, si intrecceranno percorrendo il centro per lasciarsi e ritrovarsi più volte. Solo adesso che le donne cominciano ad affluire ci rendiamo conto che la cosa è un po’ più complessa di quello che ci era parso. Le donne si salutano, si fermano a parlare, molte sono del movimento, molte vengono di rado alle manifestazioni e sono attratte dal fatto che da tanto, troppo tempo a Vicenza non si viveva l’otto marzo come un evento collettivo significativo. Le giovanissime in verità scarseggiano, più numerose le donne adulte, si coglie la sensazione che per molte sia un ritrovarsi dopo un tempo lunghissimo e sospeso.

Arrivano le 16 e dovremmo partire, ma le due file tardano a formarsi: sono già arrivate in bicicletta le donne che sono entrate al Dal molin per piantare un nuovo albero in memoria di una donna appartenente al movimento morta in un incidente stradale da poco, ma non si parte ancora perché manca una delle due statue della libertà che dovrebbero precedere nella marcia ciascun filo di donne. Sapremo poi che la statua che partiva dalla Caserma Ederle (seduta su un carretto tirato da una bici, una statua della libertà con libro e fiaccola ma con i piedi incatenati) è stata fermata dalle forze dell’ordine tre volte. Io e Mariangela ci consultiamo, partire senza statua toglie teatralità all’azione, ma la piazza comincia a diventare caotica e c’è il rischio che qualcuna cominci a disorientarsi. Decidiamo di partire, e le donne cominciano prendersi per mano. Se qualcuna vorrà ripetere l’esperienza, sappia che è più semplice a dirsi che a farsi (sembra strano, eh?). La carenza dei megafoni ci costringe a sgolarci, ma piano piano, sembra un miracolo, il filo di donne prende forma, e ci avviamo verso il centro. La mancanza della banda ci costringe a cantare per farci sentire anche da chi è distante.

Scopro con un certo stupore che abbiamo la scorta delle forze dell’ordine. Mi chiedono “ma sa dove andare?” . “Ma certo!” “Allora noi seguiamo” . In realtà precedono, e ogni tanto si voltano per vedere se ci siamo. E’ piuttosto paradossale. Fortunatamente delle urla di giubilo annunciano l’arrivo della nostra statua della libertà, che si pone in testa alla catena, tutta bianca e con la fiaccola ben alta. Procediamo verso la prima tappa.

Qui a Vicenza noi lottiamo

perché basi non ne vogliamo

per un mondo senza guerra

obiettivo per cui ci battiam

Mentre arriviamo in piazza del Vescovado vediamo le donne dell’altra catena affacciarsi alla piazza e fermarsi. Il tempo di raggiungerle e scopriamo che la tappa che abbiamo preparato (sul tema della difesa della terra e dell’acqua) è in discussione. Un funzionario della questura (diverso da quello con cui avevamo interloquito) non è d’accordo sul posto che abbiamo scelto e discute animatamente con chi sta cercando di spiegargli che la tappa dura 10 minuti e che ci hanno detto che per così poco non serviva il permesso di occupazione dello spazio pubblico. Ci tiene sulla strada fino a quando si arriva ad una mediazione, e la tappa, fatta di letture, danze, suoni d’acqua prodotti con strumenti creati da un gruppo di donne, può finalmente avere luogo, ed emozionare chi riesce a vedere ed ascoltare bene ciò che viene proposto (cosa non facile, dato che metà delle donne è stipata sulla strada). Sul perché di tanta tensione ci saranno poi molte ipotesi… un dato di fatto è che siamo davanti alla Sede vescovile, e che anche se abbiamo scelto volutamente contenuti di dialogo e non di scontro per aprire una canale di comunicazione, alla manifestazione sono venute anche molte donne che la vivono come un momento per esprimere tutta la loro rabbia per gli attacchi a cui il corpo e l’autodeterminazione delle donne sono sottoposti in questo momento storico in Italia. Per questo agli occhi di chi ci osserva da fuori, la manifestazione deve essere apparsa un po’ schizofrenica, da un lato le danze e le poesie sulla terra e dall’altro agguerriti slogan di difesa della 194. Ci sentivamo assai pacifiche e dialoganti, ma forse non a tutti apparivamo tali….

Quei signori del Palazzo

pensan di essere loro i padroni

all’America han venduto

il futuro di questa città.

Si riparte, ancora con qualche incertezza: mentre il mio pezzetto di catena si incammina in direzione opposta a quello di Mariangela, vengo fermata da grida disperate. Mi giro: laggiù in fondo, alcune donne gridano : “la catena va di là” e si sbracciano indicandomi in lontananza la fila di Mariangela che si avvia. Come capo-catena è un momento difficile, ma mi riprendo subito dallo sconforto. Metto le mani a coppa ( mai più senza megafono) e grido “le catene sono due, noi si va di qua!”. Le mie compagne di cordata ridacchiano, per fortuna i poliziotti “scorta” no, non hanno ben capito cosa succede. Ci incamminiamo rapide per tenere il contatto con la nostra statua della libertà, che , favorita da una certa pendenza della strada, fila veloce. Intorno a noi, ci sono le volantinatrici, diffondono il documento con cui spieghiamo che città desideriamo, per che stile di vita siamo disposte a impegnarci.

“…vogliamo che Vicenza, città d’arte, sia bella non solo per i monumenti del passato, ma anche per uno sviluppo urbanistico armonioso, che favorisca la socializzazione e che in particolare offra spazi in cui i giovani possano esprimersi ed educarsi a diventare cittadini attenti al bene comune…”

Non tutti accettano il volantino, alcuni commentano con tono di disapprovazione la manifestazione, ma ci sono anche molti e molte che danno segnali favorevoli. Sono soprattutto le tappe tematiche che attirano l’attenzione. Quella davanti all’associazione industriali è dedicata al tema del lavoro. Anche qui, come succederà in tutte le soste, dobbiamo concordare il punto preciso con dei funzionari della questura per permettere il passaggio degli autobus.

A noi donne da lavoro con mani sfruttate

devon restituire un corpo sano, la mente per pensare

ci diano gli anni persi, l’amore per la vita

il tempo per gli affetti

la libertà di scelta, il sonno e l’intimità.

Alle canzoni delle donne si alternano testimonianze di precariato, di lavoro nero, di lavoro sottopagato… siamo in ritardo sulla tabella di marcia, le campane delle sei si sovrappongono alle canzoni, il corso è pieno di persone che passeggiano e sbirciano le vetrine, noi ci riavviamo, due file in direzioni opposte, gli slogan che cominciano a intervallarsi alle canzoni. La prossima tappa parlerà della violenza sulle donne, un’ azione teatrale che racconta una sorta di iniziazione all’essere donna come vuole la cultura degli stereotipi, e la rivendicazione della libertà dalla paura, dall’avere paura e dal far paura. Chi esercita violenza, in realtà ha paura. E fa paura per esorcizzare la propria. Scrosciano gli applausi, si fa buio. Decidiamo in velocità un piccolo cambio di percorso: invece di dividersi, le due file procederanno fianco a fianco lungo il corso principale della città. Adesso sono due le statue della libertà che ci precedono, l’esserci riunite fa sentire un’energia ancora più potente. Percorriamo l’arteria principale di Vicenza, passiamo sotto il Municipio.

…vogliamo luoghi istituzionali in cui sentire ascoltato

e discusso ciò che chiediamo

per il bene comune, per costruire una città partecipata,

aperta alle donne e agli uomini che la vivono; una città di pace,

che converta le sue caserme in centri di sviluppo e di cultura di vita, che imposti il suo presente e il suo futuro su un’economia sostenibile, che partecipi alla soluzione dei conflitti con proposte politiche e nonviolente…

I canti cedono sempre più il passo agli slogan, nonostante molte non abbiano quasi più voce, l’unione delle due catene rende più potente il messaggio, la gente è ferma sui marciapiedi e ci sono donne che si uniscono a noi. Si crea una sorta di euforia, molte ricordano lontane manifestazioni femministe, gli slogan via via passano da quelli più interlocutori a quelli più provocatori.

“Palladio, Palladio, guarda qua

Che scempio han fatto della tua città”

Solo il giorno dopo molte di noi ripenseranno al fatto che l’obiettivo di dialogare con una città moderata come Vicenza non è stato ben servito da alcuni dei nostri slogan (“ Le donne di Vicenza sono infuriate – Tremate, tremate, le streghe son tornate”)..ma in quel momento prevale una corrente di energia che ci fa sentire tante, unite e determinate. Ci stiamo avviando alla conclusione, è molto tardi rispetto ai tempi che avevamo previsto. Torniamo nella piazza da cui siamo partite, dove ci aspetta un aperitivo analcolico equo solidale, le danze popolari, lo scenografico rompersi delle catene delle due statue della libertà, finalmente libere dall’ipocrisia e dalle menzogne dei potenti che le tiene asservite. Molte donne prima di allontanarsi vengono a ringraziare per l’opportunità che è stata offerta loro di dare voce e significato a un giorno ormai così banalizzato. Se ne vanno cariche di energia e con il senso di avere condiviso, tra donne, la riaffermazione della necessità di attivarsi insieme per “uscire dal silenzio” … A lenire la delusione di quelle tra noi speravano nella presenza delle donne appartenenti alle forze dell’ordine e delle donne, civili e militari, impiegate alla Caserma Ederle, la voce di una giovane donna chiede “ma per il primo maggio facciamo qualcosa?”.

Cristina Banzato – aprile 2008

donneinreteperlapace@libero.it

www.altravicenza.it

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