Spunti di riflessione: le donne, la nonviolenza, il movimento

di Maria G. Di Rienzo

Maria G. Di Rienzo: prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell’Universita’ di Sydney (Australia); e’ impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta’ e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le sue opere: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell’islam contro l’integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005.

Alcune di noi hanno avuto l’occasione di incontrare di persona Maria Giuseppina Di Rienzo a Bologna, durante i lavori per la  nascita della “Rete di donne e  uomini per l’ecologia, il femminismo e la nonviolenza”. Spesso nel gruppo Donne in Rete si è preso spunto in questi mesi dalla sua documentazione molto ricca ed approfondita, che affronta diverse tematiche a noi vicine: la nonviolenza, la situazione del movimento e le condizioni delle donne al suo interno, e più in generale le condizioni delle donne oggi nel mondo.

Qui di seguito proponiamo alcuni testi tratti dal settimanale “Nonviolenza. Femminile plurale” di cui Maria G. è da tempo collaboratrice.

DONNE E MOVIMENTO

“…Io ritengo che, non solo per continuare ad esistere, ma per ottenere qualche risultato di rilievo, i movimenti sociali debbano imparare a cambiare. Non devono tendere esclusivamente alla crescita, devono proprio trasformarsi. Non solo perche’ i cambiamenti attorno ad essi sono molto veloci, ma perche’ essi stessi hanno gia’ mutato lo scenario in cui agiscono. Reinventarsi, soprattutto rispetto alla relazione fra donne ed uomini nei gruppi di attivisti, e’ un nodo cruciale. Spero di non causare angoscia a nessuno e a nessuna, ma e’ una semplice verita’ che per lungo tempo le coalizioni, i tavoli, i momenti di discussione, non sono stati luoghi/tempi amichevoli per le donne. Spesso il lavoro nei movimenti si e’ tradotto per le donne in lavoro duro, nessun riconoscimento e compagnia non proprio confortevole. Ecco perche’, nel promuovere la creazione della rete*, io ho scelto di nominare me stessa, la mia esperienza ed i miei propri scopi. Per fare cio’ mi e’ bastato usare un termine, “femminismo”. Il potere di nominare e’ qualcosa che le femministe di qualunque scuola di pensiero, anziane o giovani, conoscono bene.

Il potere di nominarsi, e quindi di far parte della scena o di esserne cancellati, e’ stato ed e’ uno dei metodi nonviolenti con cui gruppi oppressi, minoranze, dispossessati hanno tentato, e spessissimo con successo, di creare giustizia. Preoccuparsi, quindi, che la rete* voglia l’esclusiva delle rappresentanze e’ un modo miope di vedere la cosa, e credo venato da pregiudizi di appartenenza.  Per cio’ che mi riguarda, io non accuso di volermi “rubare” la rappresentanza nessuno dei gruppi che si definiscono pubblicamente femministi e con i quali ho notevoli divergenze di pratiche e di pensiero. Ma proprio in nome di questa disposizione plurale, nessuno e nessuna puo’ derubare me dal definirmi femminista, ne’ dal definire femminista il mio programma di azione e di vita.
Gli ultimi studi scientifici, in discipline che vanno dall’antropologia alla cooperazione allo sviluppo, condividono (in modo non sorprendente, per me) la stessa conclusione: c’e’ una diretta relazione di causa/effetto tra il coinvolgimento delle donne nella vita “pubblica” ed il rafforzarsi di valori, attitudini e comportamenti che riflettono interazioni sociali egualitarie, libere, aperte all’incontro ed al cambiamento.

Se tale consapevolezza entra nella nostra visione si tratta di piu’ che di un primo passo: perche’ significa lavorare all’interno di una cornice in cui uomini e donne condividono in maniera convinta autorevolezza e responsabilita’, sono sempre disponibili ad imparare gli uni dalle altre e viceversa, e dei risultati che ottengono beneficiano entrambi.

Raggiungere una visione condivisa non e’ semplicemente stabilire uno scopo comune: e’ avere un quadro comune di cio’ che e’ buono, per noi e per il mondo, e un’idea comune di come mezzi e fini coincidano.
L’ineguaglianza di genere, e l’enorme ammontare di violenza che ne risulta, non e’ direttamente collegabile ad una singola condizione storica o sociale, come abitudini e costumi, religioni, relazioni economiche o leggi, ma si crea e persiste sull’intero spettro di esse.

Molte donne sono consce della complessita’ dell’ordine sociale che ingiustamente le depriva delle potenzialita’ di realizzare in modo soddisfacente ed autonomo le loro esistenze e, il che e’ ancora piu’ importante, sono consce di far parte di quello stesso ordine sociale. Inoltre, hanno capito da tempo che non si tratta di sgomitare con gli uomini per la poltrona, ma di continuare ad immaginare e costruire un assetto che comprenda uomini e donne come eguali compagni e compagne. Questo e’ allo stesso tempo scopo e metodo, mezzo e fine: se non creiamo le condizioni in cui sia agevole tenersi per mano non creeremo le condizioni per affrontare insieme, efficacemente, molti dei problemi che ci interessano.”

*“Rete di donne e  uomini per l’ecologia, il femminismo e la nonviolenza” costituitasi a Bologna il 2 marzo 2008.

DONNE E AZIONE DIRETTA NONVIOLENTA

Il sessismo e’ ovunque, ma puo’ essere sorprendente il modo in cui spunta in campagne ed azioni che dichiarano di essere nonviolente. Le donne possono avere un’esperienza molto diversa, rispetto all’azione, di quella che gli uomini fanno, percio’ e’ importante che discutiate insieme la cosa. Il sessismo esplicito nelle campagne per il cambiamento sociale e’ davvero raro (usualmente non viene tollerato) ma si manifesta in numerosi  modi piu’ “sottili”, quali il machismo, la competizione e il linguaggio militare. L’azione diretta e’ a rischio di machismo quando implica stereotipi del tipo “eroico”: tentate di evitarli. La cooperazione, l’inclusione e la resistenza faranno assai di piu’, per la campagna, degli atti sporadici di un’eroica elite.

Quando notate che ad organizzare l’azione ci sono molti piu’ uomini che donne cominciate ad interrogarvi subito sulla faccenda, perche’ piu’ tempo passa piu’ sara’ difficile riequilibrare la bilancia di genere. Se lo sbilanciamento e’ ingente, puo’ accadere che si innesti una spirale di sessismo incontrollabile, con le donne che finiscono per abbandonare il progetto: perche’ si sentono schiacciate da attitudini e comportamenti che non condividono e perche’ anche se li fanno notare non vengono ascoltate (o peggio ancora vengono ridicolizzate). Spesso, inoltre, quelle che si permettono di chiedere un cambiamento vengono deluse dalla mancanza di sostegno di altre donne presenti (le quali hanno per esempio deciso che per essere prese in considerazione devono essere aggressive, competitive e “dominanti” quanto i loro compagni, oppure che e’ meglio ottenere l’approvazione degli uomini tacendo).

Avete mai notato quanti “campi di protesta”, quante campagne, quante azioni, cascano con facilita’ estrema negli stereotipi di genere, con le donne che cucinano, puliscono, mettono in ordine? Attenzione: cucinare e pulire eccetera sono cose importanti, e proprio per questo vanno condivise fra tutti e tutte.

Avete mai notato quanto frequentemente gli uomini interrompono e cercano di schiacciare i loro interlocutori durante una discussione? E avete mai notato che ad essere interrotte e zittite sono soprattutto donne? Gli uomini dovrebbero cominciare a farsi carico del problema, ed apprendere a rispettare i contributi altrui, maschili e femminili, in eguale misura. Il rispetto delle differenze e’ il livello minimale per avere un buon dialogo preparatorio ad una buona azione, il livello ottimale e’ il pieno dispiegamento (e la celebrazione) di tutti i talenti e le capacita’. Se entrate nella “visione tunnel”, ovvero in quel tipo di attitudine che vi permette di vedere un solo aspetto del vostro lavoro e di sacrificare ad esso qualsiasi istanza venga sollevata, come viene sacrificata sistematicamente l’istanza di genere, la qualità del vostro modo di comunicare ne soffrirà all’interno come all’esterno.

A volte gli uomini guardano con un po’ di sospetto le azioni di sole donne, o le criticano come “separatiste”: gruppi di attiviste di diversi paesi, europei e non, mi hanno confermato che spesso si tratta di una scelta obbligata. Aprirebbero volentieri molte loro azioni al contributo degli uomini, ma quando lo fanno non riescono ad avere risultati, vengono spinte ai margini, o il senso dell’azione viene snaturato completamente.

Se vogliamo avere successo nello sconfiggere la violenza, che si annida e si alimenta nel sistema patriarcale, allora dobbiamo cominciare da noi stesse e noi stessi.

I commenti sessisti durante una riunione sono offensivi per tutte le donne, vi prego di credermi, anche per quelle che ne ridono o dicono che in fondo non importa. A scena chiusa, chissà perché, vengono a lamentarsene con la femminista di turno (si’, mi capita spesso), invece di aprire un sano e produttivo conflitto nei loro luoghi e con i loro amici. Questo resta senz’altro compito loro, ma il compito di smettere di metterle a disagio e’ degli uomini.

Un’altra parte della questione concerne le molestie sessuali e i commenti osceni che le donne possono ricevere durante un’azione da polizia, eventuali oppositori, passanti. Denunciare legalmente questo tipo di violenza e’ importante, ma assai più importante e’ che vi sia durante l’azione forte solidarietà e sostegno fra le donne presenti. Se alla prima scemenza un bel mucchio di donne circonda l’offensore e lo “svergogna”, e’ probabile che gli altri faranno più attenzione a quel che fanno e dicono, e persino (a me e’ capitato) che il macho venga ripreso dai suoi stessi colleghi.

E’ anche importante che gli attivisti presenti non peggiorino la situazione con reazioni del tipo: “Tu non tocchi la donna mia!”, che risultano abbastanza umilianti per la donna molestata, ridotta a campo di battaglia fra due persone che credono di poter disporre di lei a loro piacimento. Anche se uno lo crede per “potere” e l’altro lo crede per “amore”, vi assicuro che la donna presa nel mezzo si sente come un calzino usato. La giustizia, l’equità, il rispetto, il dialogo, il cambiamento: se non sono parole vuote, ognuna di esse comincia a casa propria.

DIMMI CHE TI RIGUARDA

E’ probabile che sia colpa mia. Se una bambina di quattro anni puo’ subire violenze sessuali per mesi senza che nessuno se ne accorga. Se un’adolescente deve riferirsi per il resto della vita ai suoi amici, ai suoi compagni di scuola, come al “branco” dei propri violentatori. Se una ragazza puo’ scendere a buttare l’immondizia ed essere presa e stuprata. Se una lavoratrice puo’ tornare a casa dal turno di notte ed essere aggredita e violata. Se una figlia litigando con il padre ne ottiene un colpo di pistola o uno stupro. E’ probabile. Innanzitutto perche’ sono una femminista e se sono una femminista dove accidenti ero mentre accadevano queste cose?
Perche’ non sono entrata in una cabina telefonica ad infilarmi il costume da Superwoman e non sono volata a salvare le mie congeneri? Inoltre, come femminista e soprattutto come essere umano ferito e sconvolto, ho continuato a protestare per anni contro il trattamento inflitto a donne e bambine, a
denunciarne le cause, a chiedere si intraprendessero passi per il cambiamento. E il coro mi ha risposto: ma non la vuoi smettere? Non vedi che le donne sono libere e vincenti e possono fare tutto cio’ che vogliono e che e’ questo che scatena la violenza maschile? Gli uomini sono in crisi. E quando sono in crisi si rivolgono alla violenza. Poverini. Sono piu’ di trent’anni che io sento questa cosa. Due generazioni, forse addirittura tre, e ancora la crisi non si risolve. Ci dev’essere un grosso deficit di apprendimento, mannaggia. O forse transita, la crisi, da padre a figlio come una malattia ereditaria? E le violenze di prima di questa ascesa luminosa delle donne, che abbaglia i loro compagni sino a costringerli ad essere dei farabutti, i quattromila anni di massacri e roghi e torture di prima, a cosa erano dovuti? E poi, continua il coro, questo chiedere conto della violenza a chi la usa, la perpetua, ne fa uno stile di vita, e’ assai indisponente, poco caritatevole, un po’ intollerante. Anche le tue menate sul linguaggio, consentimi, chi se ne frega se nelle nostre parole c’e’ cosi’ tanto veleno contro le donne, in fondo sono battute (giusto, in fondo sono “battute”, a botte, ma se non tocca a noi personalmente e’ giusto non interessarsene).
Hai considerato gli usi, i costumi, le tradizioni? Non essere cosi’ eurocentrica e filo-occidentale.

E smetti, per favore, anche di essere bacchettona. Perche’ trovi tristi le veline? Guarda come sono contente queste giovani donne, come celebrano la propria bellezza, come danzano sensuali sotto gli occhi compiaciuti degli uomini che dirigono i programmi a cui loro partecipano mute, uomini che come eta’ potrebbero essere i loro padri o i loro nonni e che mimano ossessivamente (ma per gioco, naturalmente) l’essere i loro partner sessuali. Forse dovrei andare ad autodenunciarmi in questura, perche’ dev’essere colpa mia, certo che lo e’. Anche l’aver incoraggiato, favorito, amato, ammirato e sostenuto tutti quegli uomini e ragazzi che hanno detto: questo non e’ il mio modello, non ho bisogno della violenza per essere qualcuno, voglio al mio fianco una compagna che mi ami e non una che abbia paura di me. Tanti anni fa, a Treviso, si celebro’ un processo per stupro. Io, una ragazzina, ero nel corteo che si raduno’ all’ingresso del tribunale, un corteo di donne.

Ad un certo punto formammo un cerchio, tenendoci per mano.
Lo ricordi, tu, ragazzo con la sciarpa e i riccioli, che unico fra gli uomini presenti chiedesti se potevi entrare nel cerchio delle donne?
Ricordi chi ti tese la mano, chi la strinse? Chi apri’ il cerchio? Ero io.
Dimmi che esisti ancora, ti prego. Dimmi che credi ancora che la tua dignita’ e la tua autorevolezza vengano esaltate dalla dignita’ e dall’autorevolezza delle donne e non ne vengono sminuite. Dimmi che sei felice di essere stato quel ragazzo coraggioso, e di essere l’uomo che sei ora.

Dimmi che ti riguarda.

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