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“Voci nel vento” di Maria G. di Rienzo

Riportiamo qui di seguito l’articolo Voci nel vento di Maria G. di Rienzo relativo alle recenti proteste e guerre civili in Medio Oriente e Nord Africa. Il testo è stato pubblicato nell’ultima edizione (n. 508) di Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo.

Woman holds a Kingdom of Libya flag during Friday prayers in a street in Benghazi (foto di REUTERS/Suhaib Salem - Flickr)

Voci nel vento

Il vento del cambiamento ha cominciato a soffiare in Tunisia, ma poi si e’ diffuso in Egitto, Libia, Yemen, Algeria, Sudan, Bahrain, Siria… e voci di donne cantano nel vento.

“Le donne tunisine hanno partecipato ad ogni singola manifestazione prima e dopo la caduta del regime di Ben Ali, cercando un ruolo nuovo per il futuro e tentando di ottenere che le loro voci fossero ascoltate”, dice Hedia, quarant’anni, responsabile della raccolta dati per il Centro di istruzione e ricerca delle donne arabe in Tunisia. “Rappresentano generazioni diverse ed hanno retroterra molto differenti, ma c’erano tutte, quelle con l’hijab e quelle con la minigonna. C’e’ una consapevolezza molto alta fra le donne del fatto che dovremmo muoverci per non essere escluse o marginalizzate. Nonostante l’intensa partecipazione alle proteste, la presenza delle donne nel primo e nel secondo governo provvisorio che si sono formati non la riflette”.

Le fa eco l’attivista egiziana Amal Sharaf, insegnante d’inglese trentaseienne: “Meta’ delle persone presenti in Piazza Tahrir erano donne. C’e’ una generale richiesta nell’opinione pubblica di partecipazione collettiva alla politica, percio’ anche le donne devono farne parte. Mia madre mi ha detto per anni di star lontana dalla politica, perche’ secondo lei ci avrei guadagnato solo dei mal di testa, ma oggi la sua prospettiva e’ cambiata: Stai attenta alla controrivoluzione, mi dice un po’ scherzando e un po’ sul serio”.

Nel frattempo, le siriane mettono le mani avanti: “Il nostro motto e’ ‘Per una societa’ libera dalla violenza e dalla discriminazione’, percio’ condanniamo l’uso della violenza da qualunque parte arrivi. Il governo dev’essere responsabile per le azioni delle sue forze di sicurezza, non solo con la retorica, ma attraverso un’indagine reale e trasparente che riguardi chiunque agisca in modo violento. L’uso o persino la minaccia della violenza da parte dei manifestanti e’ anche per noi interamente inaccettabile. Il fine non giustifica i mezzi. Il nostro scopo e’ una cittadinanza autentica, che contrasti ogni uso di violenza o divisione etnica e tribale. Diamo il benvenuto ad ogni progresso nella pratica della cittadinanza, perche’ crediamo che essa aiuti la causa della nonviolenza e le istanze relative alle donne, ai bambini ed alle persone in difficolta’. Infine, condanniamo nel modo piu’ assoluto ogni persona o gruppo che impieghi retorica settaria, etnica o tribale: confinarsi in tali identita’ ristrette va contro l’ispirazione di ogni cittadino e cittadina siriani che vogliono godere del loro diritto fondamentale all’eguaglianza, eguaglianza di diritti e di doveri, al di la’ dell’etnia, della religione, del genere o di ogni considerazione discriminatoria” (tratto dal comunicato dell’Osservatorio delle donne siriane del 23 marzo 2011).

Un’altra Amal (Basha), yemenita del Forum delle sorelle arabe per i diritti umani, sembra avere la stessa visione: “Una vera democrazia significhera’ necessariamente eguali diritti ed eguale partecipazione per uomini e donne. Alle donne nel nostro paese non e’ permesso prender parte alle decisioni, non sono riconosciute come uguali esseri umani e non sono nei posti dove meriterebbero di essere per capacita’ e qualifiche. La discriminazione Leggi l’articolo completo

Centodonne esprime solidarietà alla vittima dello stupro di Ca’ Balbi (Vicenza)

Stop assuming that it does not affect you - Smettila di presumere che non ti riguarda (foto di Zappowbang, Flickr)

Settimana scorsa la nostra città è stata teatro di un’ennesima violenza ai danni di una di noi. La vittima è una  cittadina americana la quale è stata assalita nella sua stessa automobile mentre era ferma a un incrocio nei pressi di Via Aldo Moro alle 8 di sera di giovedì scorso. Dopo essere salito in macchina armato di coltello e passamontagna, l’aggressore ha obbligato la donna a raggiungere un luogo appartato per poi violentarla.

Oltre a dichiarare la nostra estrema preoccupazione per il livello di violenza sulle donne della nostra città, esprimiamo immediata solidarietà nei confronti di questa donna che ci rappresenta tutte.

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Qui di seguito, l’articolo apparso settimana scorsa sul Giornale di Vicenza che descrive l’accaduto.

Sabato 15 Gennaio 2011
CRONACA Pagina 17

AMERICANA VIOLENTATA “DAL BRUTO ARMATO”

IL CASO. Una cittadina statunitense, impiegata civile alla Ederle, è ricoverata al S. Bortolo dopo essere stata stuprata. Le indagini dei carabinieri della Setaf
Il dramma alle 20: «È salito sulla mia auto, in Ca’ Balbi. Aveva il passamontagna. Aggredita poi nel bosco di via Zamenhof»

Ha subito un rapporto sessuale molto violento, su questo non ci sono dubbi. «Mi ha stuprata», ha spiegato in lacrime. L’episodio, gravissimo, diviene ancora più grave se le indagini confermeranno il racconto della povera vittima: un maniaco, incappucciato e armato di un coltello, è salito sulla sua auto – ferma ad un incrocio, sotto al cavalcavia di via Aldo Moro – all’improvviso, e minacciandola con la lama l’ha costretta a guidare fino a raggiungere un posto appartato per poi abusare di lei. Un pazzo scatenato si aggirerebbe per Vicenza. I carabinieri stanno cercando di fare piena chiarezza e procedono con i piedi di piombo.

LA DENUNCIA. L’indagine scatta giovedì sera, quando un’amica della vittima – una cittadina americana di 34 anni, che lavora come dipendente civile alla! caserma Ederle e vive nella zona est della città con la famiglia – Leggi l’articolo completo

Centodonnecentobici partecipa alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, Centodonnecentobici è lieta di annunciare una nuova sessione del laboratorio di percussioni firmato Banda Bandoti.

L’appuntamento musical-attivista si terrà sabato 27 novembre in Piazza dei Signori a Vicenza dalle 16 alle 19 nell’ambito degli eventi artistici e performance organizzati dal Comune di Vicenza in associazione con Città delle Donne.

Vi aspettiamo numerosi/e!

Per informazioni sugli altri eventi della manifestazione cliccare qui.

Una bambina sta nascendo (Maria G. Di Rienzo)

Fonte: Notizie minime della nonviolenza in cammino – n. 755 del 10.03.09

Da qualche parte, in questo momento, sta nascendo una bambina. Non sa ancora nulla di quel che c’e’ intorno a lei, percepisce lo sforzo della madre, le sue emozioni, e percepisce il proprio sforzo e le proprie emozioni. Non c’e’ nient’altro, in questo momento, da parte di entrambe, che tensione verso la luce. Molto di quel che sara’ dopo, di lei e della madre, dipendera’ da dove le due si trovano.

The Girls of Saint Monica Children's Home - flickr: Mothers Fighting for Others

The Girls of Saint Monica Children's Home - flickr: Mothers Fighting for Others

Perche’ per moltissima parte dei tre miliardi e trecento milioni di donne che abitano sul pianeta Terra parole come guerra, violenza, repressione, isolamento, ignoranza forzata e discriminazione costituiscono la base quotidiana dell’esistenza. E le ricerche e le statistiche internazionali ci ricordano che non c’e’ una sola nazione in questo mondo che non abbia i suoi peccati verso le donne. I paesi piu’ poveri, ove spesso sono in corso conflitti armati o che si trovano nel periodo post-conflitto, presentano livelli di violenza che rendono terrificanti le vite delle donne; nei paesi piu’ ricchi le donne hanno piu’ spesso a che fare con la violenza domestica debitamente occultata, legislazioni repressive o discriminatorie e con la tendenza dei governi a “scopare i loro problemi sotto il tappeto”. In ogni paese, le donne rifugiate o migranti risultano il gruppo piu’ svantaggiato.
Le ricerche usano indicatori economici e sociali per stabilire la qualita’ delle vite delle donne, e cioe’ il tasso di occupazione, quello di alfabetizzazione, la possibilita’ di accedere a cure sanitarie, il tasso di mortalita’ infantile e materna, e cosi’ via.

Ma tutto potrebbe tradursi con la dicitura “sbilanciamento di potere”. Una parte dell’umanita’ ne ha troppo, l’altra parte ne ha troppo poco. E finche’ quell’1% delle risorse economiche totali detenuto dalle donne non si alza come percentuale, finche’ non si alza la percentuale delle donne nelle stanze dei bottoni, siano esse consigli di amministrazione o parlamenti, finche’ i soffitti di vetro restano impenetrabili e i tavoli di negoziazione chiusi al nostro ingresso, la vecchia battuta “ormai comandano dappertutto le donne” piu’ che di ignoranza puzza di ipocrisia. Storicamente non abbiamo mai chiesto di prendere il posto dei comandanti e di replicarne le logiche di dominio, abbiamo sempre chiesto di condividere come uguali compagne esistenze, lavoro, cura dei figli, governo delle citta’ e dei paesi, e in sintesi di poter intervenire fattivamente in tutte le decisioni che ci riguardano. Se la parola libero arbitrio ha un senso, ha un senso per ambo i sessi, e non solo per uno.

Comunque, eccovi brevemente la classifica dei dieci paesi peggiori per nascerci come donna, basata sui dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e su quelli delle organizzazioni umanitarie. Leggi l’articolo completo

Dimmi che ti riguarda

di Maria G. Di Rienzo

Pubblichiamo un intervento di Maria G. Di Rienzo, apparso originariamente in Voci e volti della nonviolenza, suppl. de La nonviolenza è in cammino, n. 107 del 23/10/2007

E’ probabile che sia colpa mia. Se una bambina di quattro anni puo’ subire violenze sessuali per mesi senza che nessuno se ne accorga. Se un’adolescente deve riferirsi per il resto della vita ai suoi amici, ai suoi compagni di scuola, come al “branco” dei propri violentatori. Se una ragazza puo’ scendere a buttare l’immondizia ed essere presa e stuprata. Se una lavoratrice puo’ tornare a casa dal turno di notte ed essere aggredita e violata. Se una figlia litigando con il padre ne ottiene un colpo di pistola o uno stupro. E’ probabile. Innanzitutto perche’ sono una femminista e se sono una femminista dove accidenti ero mentre accadevano queste cose?

Libere - foto Flickr: hidden side

Libere - foto Flickr: hidden side

Perche’ non sono entrata in una cabina telefonica ad infilarmi il costume da Superwoman e non sono volata a salvare le mie congeneri? Inoltre, come femminista e soprattutto come essere umano ferito e sconvolto, ho continuato a protestare per anni contro il trattamento inflitto a donne e bambine, a denunciarne le cause, a chiedere si intraprendessero passi per il cambiamento. E il coro mi ha risposto: ma non la vuoi smettere? Non vedi che le donne sono libere e vincenti e possono fare tutto cio’ che vogliono e che e’ questo che scatena la violenza maschile? Gli uomini sono in crisi. E quando sono in crisi si rivolgono alla violenza. Poverini.

Sono piu’ di trent’anni che io sento questa cosa. Due generazioni, forse addirittura tre, e ancora la crisi non si risolve. Ci dev’essere un grosso deficit di apprendimento, mannaggia. O forse transita, la crisi, da padre a figlio come una malattia ereditaria? E le violenze di prima di questa ascesa luminosa delle donne, che abbaglia i loro compagni sino a costringerli ad essere dei farabutti, i quattromila anni di massacri e roghi e torture di prima, a cosa erano dovuti?

E poi, continua il coro, questo chiedere conto della violenza a chi la usa, la perpetua, ne fa uno stile di vita, e’ assai indisponente, poco caritatevole, un po’ intollerante. Anche le tue menate sul linguaggio, consentimi, chi se ne frega se nelle nostre parole c’e’ cosi’ tanto veleno contro le donne, in fondo sono battute (giusto, in fondo sono “battute”, a botte, ma se non tocca a noi personalmente e’ giusto non interessarsene).

Hai considerato gli usi, i costumi, le tradizioni? Non essere cosi’ eurocentrica e filo-occidentale.
E smetti, per favore, anche di essere bacchettona. Perche’ trovi tristi le veline? Guarda come sono contente queste giovani donne, come celebrano la propria bellezza, come danzano sensuali sotto gli occhi compiaciuti degli uomini che dirigono i programmi a cui loro partecipano mute, uomini che come eta’ potrebbero essere i loro padri o i loro nonni e che mimano ossessivamente (ma per gioco, naturalmente) l’essere i loro partner sessuali.

Forse dovrei andare ad autodenunciarmi in questura, perche’ dev’essere colpa mia, certo che lo e’. Anche l’aver incoraggiato, favorito, amato, ammirato e sostenuto tutti quegli uomini e ragazzi che hanno detto: questo non e’ il mio modello, non ho bisogno della violenza per essere qualcuno, voglio al mio fianco una compagna che mi ami e non una che abbia paura di me.

Tanti anni fa, a Treviso, si celebro’ un processo per stupro. Io, una ragazzina, ero nel corteo che si raduno’ all’ingresso del tribunale, un corteo di donne. Ad un certo punto formammo un cerchio, tenendoci per mano.
Lo ricordi, tu, ragazzo con la sciarpa e i riccioli, che unico fra gli uomini presenti chiedesti se potevi entrare nel cerchio delle donne?
Ricordi chi ti tese la mano, chi la strinse? Chi apri’ il cerchio? Ero io.
Dimmi che esisti ancora, ti prego. Dimmi che credi ancora che la tua dignita’ e la tua autorevolezza vengano esaltate dalla dignita’ e dall’autorevolezza delle donne e non ne vengono sminuite. Dimmi che sei felice di essere stato quel ragazzo coraggioso, e di essere l’uomo che sei ora.

Dimmi che ti riguarda.

Maria G. Di Rienzo è una prestigiosa scrittrice femminista, commediografa, giornalista e formatrice alla nonviolenza. Ha svolto ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell’Universita’ di Sydney (Australia). E’ impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, e partecipa in esperienze di solidarieta’ e difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza.

10 ragioni per cui il militarismo nuoce alle donne

Tradotto e adattato dal saggio di H. Patricia Hynes 10 reasons why militarism is bad for women (2003)

Il testo che segue è stato pubblicato dal sito dell’organizzazione Women’s International League for Peace and Freedom. Per questioni di spazio e rilevanza (il saggio è stato originariamente scritto per un’audience statunitense), abbiamo riassunto e adattato il saggio mantenendone intatti i concetti principali e le modalità con cui sono stati espressi dall’autrice.dd

Non solo chi dichiara guerra raramente ne paga le conseguenze in prima persona, ma spesso ignora la moltitudine di vittime che pagano il prezzo dei conflitti armati. Non solo le principali vittime delle guerre di oggi sono civili, ma spesso queste sono rappresentate da donne e ragazze che vengono deliberatamente uccise, ferite e stuprate. Ecco come.

1. Un numero elevato di civili donne sono uccise e ferite durante le guerre.

Nel 20° secolo una crescente percentuale di civili sono deceduti a causa di conflitti bellici. Dagli anni ‘90 in poi, 9 vittime su 10 morte direttamente o indirettamente a causa di una guerra erano civili. L’aumento del numero di vittime tra i civili, ed in particolare di donne e bambini, nel 20° secolo è attribuito alle nuove tecnologie e tattiche di guerra come ad esempio i bombardamenti aerei e l’uso di armi di distruzioni di massa. Persino le cosidette bombe ‘ad alta precisione’ spesso distruggono infrastrutture civili come centrali elettriche, acquedotti, ospedali, fabbriche e sistemi di comunicazione.

2. Le donne vengono ferite e uccise dalle mine.

Donne e bambini sono le principali vittime delle mine deliberatamente lasciate nei campi agricoli, lungo i percorsi d’acqua e vicino ai mercati al fine di far morire di fame gli abitanti di un villaggio o di una regione uccidendone i contadini. Oltre 100 milioni di mine anti-uomo e un numero sconosciuto di ordigni inesplosi giacciono dispersi e nascosti nei campi, lungo le strade, nelle terre di pascolo, e vicino alle frontiere di 90 Paesi in tutto il mondo. Ogni anno, da 15.000 a 20.000 persone vengono ferite o uccise dalle cosiddette “armi di distruzione di massa al rallentatore”. Oltre il 70% delle vittime sono civili.

In molte parti dell’Asia e dell’Africa, le donne rappresentano la maggioranza della popolazione agricola. In molte parti dell’Africa le donne sono responsabili della produzione dell’80% del cibo prodotto. Quando vengono colpite dalle mine anti-uomo, le donne perdono la capacità di coltivare le loro terre e di nutrire le proprie famiglie; in queste circostanze, spesso vengono abbandonate dai mariti e si riducono ad elemosinare per le strade o a prostituirsi per la propria sopravvivenza e quella dei loro figli.

3. Le vedove di guerra vengono disperse, diseredate, e impoverite

Secondo le Nazioni Unite, le vedove piu’ povere sono quelle anziane e fragili, quelle che hanno figli piccoli da nutrire e a cui dar rifugio, quelle che vengono allontanate dai propri paesi o villaggi, quelle che sono costrette a diventare profughe e rifugiate, e quelle che sono diventate vedove a causa di conflitti armati.

In paesi recentemente colpiti da guerre civili come Angola, Bosnia e Herzegovina, Kosovo, Mozambico, e Somalia, la maggioranza delle donne adulte è rappresentato da vedove. Il 70% dei bambini del Ruanda è assistito solo dalle proprie madri, nonne, o sorelle maggiori, mentre le ragazze ruandesi fungono da capo-famiglia in almeno 58mila famiglie. In Kosovo, dove è stato stimato che almeno 10mila uomini sono morti o scomparsi a causa della guerra, molte vedove che sono tornate dai campi profughi sono diventate indigenti e marginalizzate perché prive di alcun supporto sociale.

4. La maggioranza dei rifugiati di guerra è rappresentata da donne e bambini Leggi l’articolo completo